"L'uomo del bosco" di Mirko Zilahy. Recensione di Tiziana Viganò







Come un ipnotista, Mirko Zilahy accompagna il lettore in un viaggio interiore, uno scavo profondo, attraverso la magia delle sue parole, così materiche e sensoriali oppure oniriche, fatte di suoni e colori che suscitano emozioni. In fondo, un boato: è la voce della Terra.

Il mondo ctonio ha bisogno di rivelarsi.

Quattro parti con atmosfere diverse, cupe e dolorose, che si fondono per trovare una soluzione al mistero: la scrittura di Zilahy, così ricca, aulica eppur moderna, studiata in ogni parola, il ritmo lento e solenne, di un Largo di sinfonia, guidano in un'esperienza che non può essere perduta.



Tra le pagine si alterna la ricerca nel ventre della Terra, qualcosa che nessuno è mai riuscito a scoprire né a esplorare con metodo scientifico, e la discesa nell'inconscio, dove il protagonista dovrà affrontare l'uomo del bosco. Tutto il libro è un'avventura sensoriale che tocca vari mondi, scava verso il centro del pianeta e dell'anima umana.

Il rito di passaggio per affrontare le paure, per superare i traumi e poter cominciare a vivere.


Lo scrittore ci ha abituato, con i libri precedenti, a una narrazione dal forte carattere psicologico e psicanalitico, che qui sconfina nello spirituale: la ricerca è dolorosa, l'inconscio emerge con sogni, incubi, coincidenze che sembrano misteriose e in azioni che hanno ragioni profonde.

Così l'ambientazione nella città che muore, Civita di Bagnoregio, il territorio sconvolto dei calanchi che la circondano, la scoperta dell'abitato etrusco sono la parte reale di un mondo metaforico e metafisico di cui lo scrittore è guida. Il mondo onirico si specchia nella realtà e viceversa.


Dalla discesa agli inferi alla salita per riveder le stelle.


Ci sono due storie che si incontrano: quella del geologo John Glynn, famoso nel mondo per aver inventato una sonda per penetrare i misteri della Terra. Ossessionato dalle ricerche del padre, traumatizzato dalla sua morte in un incidente in miniera, John ha il terrore di scendere nelle viscere della Terra: con l'aiuto della moglie, psicoterapeuta, riuscirà a ricordare l'evento che ha segnato la sua infanzia, l'assassinio di uno dei suoi compagni di gioco. Contemporaneamente, il commissario della polizia penitenziaria Trivelli (nomen omen), alla morte di uno dei suoi prigionieri, proprio quello condannato per l'infanticidio, decide di indagare perchè convinto della sua innocenza. L'incontro con John e con i suoi vecchi amici porterà alla rivelazione e al colpo di scena finale.

Sullo sfondo l'ipotesi Gaia, di cui il padre Liam Glynn era ossessivo seguace, con gli occhi della follia che spesso vedono oltre la realtà, che afferma la corrispondenza tra l'Universo, la Natura, la Terra e l'anima umana, in un cerchio di energia misterica che lega ogni cosa.


Mirko Zilahy ha esordito con "È così che si uccide" nel 2016, con il personaggio di Enrico Mancini, un grande successo di pubblico e critica. Poi "La forma del buio" (2017) e "Così crudele è la fine" (2018), editi da Longanesi. Lo scrittore, dopo il successo della trilogia, esce dal genere thriller per regalarci un mistery che tocca vari generi letterari, senza entrarci, rimanendo originale. La geologia e la tecnologia qui sono spiegati e resi di facile comprensione, ma poi irrompe l'immaginazione, l'inconscio, il mondo esoterico, il tempo sepolto...per oltrepassare la soglia.


"L'uomo del bosco"

di Mirko Zilahy

genere: mistery

editore: Longanesi, 2021

pagine: 384

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