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Il gioco nel giallo classico. Articolo di Salvatore Argiolas



STORIA DEL GIALLO


Nel fondamentale saggio “Homo Ludens” il grande storico olandese Johan Huizinga sostiene che "il gioco è più antico della cultura che nasce dal gioco" e che questo presuppone delle regole perché quando vengono trasgredite il gioco non ha più ragion d'essere, diventando un'altra cosa.




Citando Platone accosta il gioco alla sacralità mettendo paletti ben precisi all'attività ludica che implica la “sacrosanta serietà”.

Patricia Highsmith nel suo manuale “Come si scrive un giallo. Teoria e pratica della suspence” afferma che “scrivere narrativa è un gioco, e uno ci si deve divertire. La scrittrice americana aveva una certa propensione per la suspence e il thriller e non frequentava la detection classica all'inglese ma il concetto esposto è lo stesso che muoveva i giallisti e soprattutto le gialliste dell'epoca d'oro del genere.

Conan Doyle nei suoi celebri romanzi e racconti non ha mai nemmeno immaginato di essere trasparente con i lettori, le deduzioni, o per meglio dire abduzioni di Sherlock Holmes, sono espresse solo nella fase conclusiva dell'indagine, stupendo il povero Watson e il gran popolo che leggeva le straordinarie avventure del detective londinese.

La metodologia investigativa di Holmes risente in modo fondamentale della forma mentis del suo autore il d

ottor Arthur Conan Doyle che come ogni buon medico aveva un occhio particolare per i dettagli e per gli indizi nascosti nel modo di comportarsi e nel vestiario dei pazienti e i colpi di scena deduttivi sono spesso costruiti ad arte come dice lo stesso Holmes in “I pupazzi ballerini”:

“Non è molto difficile costruire una serie di inferenze, ognuna dipendente dalla precedente e ognuna in sé semplice. Se, dopo averlo fatto, si eliminano semplicemente tutte le inferenza centrali e si presenta ad un pubblico il punto iniziale e la conclusione, si può produrre un effetto strabiliante, benché sotto un certo aspetto, grossolano.” e
“ogni problema diventa un gioco da ragazzi una volta spiegato”.

Questi trucchi narrativi vengono rifiutati dagli scrittori di narrativa gialla che si affermano dopo la prima guerra mondiale decisi a proporre un patto con il lettore all'insegna del fair play, mettendogli a disposizione tutti gli elementi decisivi e gli indizi che ha il detective per tratteggiare l'ipotesi investigativa.Nella loro visione del genere il lettore doveva avere le stesse opportunità nell'indagine e mettersi in gioco sfidando l'investigatore cercando di trovare l'incognita nell'equazione che consisteva, in questo caso, nell'identificare il colpevole del delitto, come la risposta esatta in un quiz. L'importanza che il fair play assunse nel primo dopoguerra, nella voglia di dimenticare il sanguinoso conflitto diventando un imperativo fondamentale per gli scrittori dell'epoca è testimoniato dalla costituzione del Detection Club, fondato da personalità eminenti come Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, Anthony Berkeley e Ronald Knox, che lo cita espressamente

Is a demerit in a detective novel if the autor does not “play fair by the reader”.

Alcuni giallisti di valore come John Haslette Vahey che scriveva anche sotto lo pseudonimo di Vernon Loder, non vennero mai ammessi al prestigioso club proprio perché non si uniformarono alla norma dell'onestà della trama.

Il reverendo Ronald Knox scrisse in merito un decalogo che riassumeva le regole che il giallo deduttivo doveva presentare per avere dignità di assoluta ortodossia:


1) Il colpevole dev’essere un personaggio che compare nella storia fin dalle prime pagine; il lettore non deve poter seguire nel corso della storia i pensieri del colpevole.
 2) Tutti gli interventi soprannaturali o paranormali sono esclusi dalla storia.
 3) Al massimo è consentita solo una stanza segreta o un passaggio segreto.
 4) Non possono essere impiegati veleni sconosciuti; inoltre non può essere impiegato uno strumento per il quale occorra una lunga spiegazione scientifica alla fine della storia.
 5) Non ci dev’essere nessun personaggio cinese nella storia.
 6) Nessun evento casuale dev’essere di aiuto all’investigatore e neppure lui può avere un’inspiegabile intuizione che alla fine si dimostra esatta.
 7) L’investigatore non può essere il colpevole.
 8) L’investigatore non può scoprire alcun indizio che non sia istantaneamente presentato anche al lettore.
 9) L’amico stupido dell’investigatore, il suo “dottor Watson”, non deve nascondere alcun pensiero che gli passa per la testa: la sua intelligenza dev’essere impalpabile, al di sotto di quella del lettore medio.
 10) Non ci devono essere né fratelli gemelli né sosia, a meno che non siano stati presentati correttamente fin dall’inizio della storia.


Naturalmente non si possono creare limiti alla creatività di un autore, visto che molte di queste regole vennero violate spesso e volentieri proprio da esponenti del Detection Club ma il fatto che si sentisse il bisogno di indicare di binari narrativi su cui far scorrere la trama è indice di una volontà di fissare di canoni ben definiti.

Philip MacDonald nella prefazione del suo giallo “Il labirinto” del 1932 scrisse

“In questo libro mi sono impegnato ad essere assolutamente onesto con il lettore. Non c'è niente che il detective sappia che non sia a conoscenza anche del lettore. Inoltre egli apprende le informazione nella stessa forma dell'investigatore”.

Questa competizione con il lettore, gioco intellettuale di grande impegno, fu portato alla sfida lanciata in modo chiaro e diretto da Ellery Queen che nei suoi primi romanzi interrompeva la narrazione per mettere alla prova chi legge il giallo.

Nel suo esordio, che ebbe un grande successo, “La poltrona n.30” ("The Roman Hat Mystery” ad un certo punto una pagina, chiamata interludio, interrompe la trama per lanciare la sfida:

“Nella moderna letteratura poliziesca è ormai pratica corrente quella di porre il lettore nei panni dell'investigatore. A questo proposito sono riuscito a convincere il signor Ellery Queen a permettere in “La poltrona n.30” l'interpolazione di una Sfida al lettore: “Chi ha ucciso Monte Field?” “Come è stato commesso l'assassinio?” Il signor Queen concorda con me che l'attento fruitore di storie poliziesche, essendo ormai in possesso di tutti i fatti pertinenti, a questo punto della narrazione dovrebbe aver raggiunto conclusioni precise sui due quesiti proposti. L'intera soluzione, o una parte sufficiente a permettere l'identificazione del colpevole, può essere raggiunta attraverso una serie di deduzioni logiche e di osservazioni psicologiche.”

Questa innovazione rende esplicita la natura ludica del giallo e fa diventare in maniera definitiva il lettore parte attiva del libro che ha tra le mani, ponendolo in contrapposizione ufficiale con l'investigatore che indaga sulla carta, in un gioco di scambi di ruolo attraente ed intrigante.

Nella storia del giallo ci furono anche altri mezzi che coinvolgevano l'acquirente delle detective story come i concorsi a premi per chi individuava il colpevole del delitto raccontato in romanzi venduti a puntate e questo metodo di marketing costò molto caro ad un autore di bestsellers come Edgar Wallace che offrì mille sterline a chi fosse riuscito a risolvere il mistero del suo thriller d'esordio “I quattro giusti” e per poco non finì in bancarotta.



Il gusto per il gioco, per la struttura ludica che coinvolgesse in modo ancora più completo il lettore venne confermato nel 1934 dall'originale racconto “La mascella di Caino”, del temutissimo critico di detective story dell'Observer Torquemada, che aveva la particolarità di essere costituito da pagine stampate in ordine casuale che dovevano essere re impaginate nell'ordine corretto per poter leggere un testo coerente e vincere conseguentemente un premio notevole.


E' un chiaro segno della fascinazione per il lato giocoso del genere anche l'inserimento nella trama di filastrocche, canzoni e citazioni palesi oppure occulte di grandi autori come Shakespeare, le cui opere hanno creato tante suggestioni per giallisti e soprattutto gialliste come Agatha Christie e Elizabeth George, che ha usato per i titoli dei suoi ottimi gialli psicologici riferimenti diretti al Bardo di Avon. Alla base dell'inserimento delle filastrocche c'è sicuramente un rumore di fondo psicologico che rimane dal tempo dell'infanzia e che permette di avere un background condiviso con il lettore, che viene attirato in un viaggio all'indietro nel tempo. La Nursery Rhyme poi contribuisce a creare un sottotesto irrazionale che stupisce e confonde, ambiente ideale per un giallista che mescola le carte per non far capire il filo principale della trama. In terzo luogo serve per nascondere i moventi e i potenziali assassini.

In uno dei sui romanzi più interessanti “La serie infernale” (The ABC Murders) del 1936 Poirot si trova a investigare su quattro omicidi compiuti da uno dei primi serial killer e stenta a penetrare la logica di queste uccisioni. Poi, grazie anche ad una filastrocca

“Han preso una volpicina/ l'han chiusa in una cantina/ non ne uscirà mai più/ mai più mai più più" raggiunge la soluzione del mistero:

“Dov'è che uno spillo può passare inosservato? Sopra un puntaspilli. In quali condizioni un singolo omicidio farà meno impressione? Nel caso in cui esso faccia parte di un'intera serie di delitti.”

Oggi questa soluzione può sembrare banale dopo ottant'anni di delitti di carta che hanno avuto spiegazioni simili ma ai suoi tempi era davvero un espediente spendibile.

Per creare una catena di fatti su cui appoggiare i moventi, veri o falsi che fossero, le filastrocche consentivano una mole sterminata di suggerimenti e stimoli.

Nel tempo il giallo è diventato un genere capace di creare un tessuto narrativo talmente attraente che è diventato terreno di sperimentazioni e nuove forme di passatempi come i gialli-dossier


Negli anni Trenta uscirono alcuni romanzi-dossier particolari che integravano documenti relativi ai casi trattati come verbali di interrogatorio, tracce raccolte sul teatro del reato, fiammiferi, mozziconi di sigarette, fotografie e tutti gli indizi che consentono di arrivare alla soluzione che viene offerta nelle ultime pagine sigillate. Il primo dossier fu "Un delitto al largo di Miami" di Dennis Weathley , un prolifico autore che con i libri della serie di Gregory Sallust ispirò Ian Fleming per il suo immortale personaggio di James Bond.

L’edizione originale inglese è del 1936. Gli indizi sono raccolti nell’ordine in cui si immagina siano stati ricevuti dalla Polizia: si tratta dunque dell’incartamento completo del delitto. Il problema è presentato al lettore esattamente come si presentò all’Ufficiale di Polizia che lo risolse, senza alcun elemento estraneo o falsato che possa indurlo in errore.


Questo tipo di divertissement è stato rivisto e aggiornato anche da due grandi giallisti come Carlo Lucarelli e Andrea Camilleri che nel romanzo “Acqua in bocca” fanno interagire Grazia Negro e Salvo Montalbano in un collage di lettere, biglietti, ritagli di giornale, rapporti e verbali, pizzini che fanno rocambolescamente la spola fra i due detective e anche se non è proprio un capolavoro il libro testimonia l'infinito potenziale giocoso del genere.


In definitiva, come scrive Huizinga nel capitolo “Gioco e sapere”:

“L'enigma, o in termini più generali, il problema proposto, prescindendo dalla sua azione magica, continua a essere un importante elemento agonale nei rapporti sociali”

e il giallo classico costituisce un esempio molto limpido dell'inesausta attrattiva dell'enigma tanto che spesso viene definito “Whodunit” “Chi è stato” mettendo in rilievo l'aspetto prettamente intellettuale del genere simile alla risoluzione di un puzzle.


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